Alfabeti segreti e poster e dichiarazioni e dizionari come mattoni per costruire lavori


04 Mar
04Mar

La prima parola che io abbia mai scritto è stata ROSA, scritto con un grosso carioca rosa, di quelli con l'impugnatura ottagonale, Jumbo si chiamavano mi sa. 

L'ho scritta in uno strappo di carta grande come il bigliettino di un Bacio Perugina, e l'ho portata a mamma proprio come una dichiarazione d'amore - andavo all'asilo, secondo anno credo e da lì, di scrivere, non ho smesso più. 

A nove anni ho chiesto a Babbo Natale un dizionario. 

Ho messo il latte e i biscotti sotto l'albero, sono andata a dormire e la mattina dopo ho trovato questo grosso ammasso di parole, tutte le parole, loZingarelli, qualche chilo di carta con un profumo divino. 

A gennaio l'ho letto come un libro. 

L'anno dopo ho deciso che una lingua sola non mi bastava, ho preso un vecchio vocabolario arancione a casa di nonna, italiano-francese e indietro. Il Novissimo Ghiotti.

Due mesi dopo ho chiesto a mamma di comprarmi anche quello inglese, che a scuola mi serviva. 

Ho ascoltato la musica e li ho letti a pezzi e bocconi, traducendo parola per parola le canzoni. 

La traduzione letterale sortiva effetti differenti: imparavo tanti termini, ma il senso dei testi mancava, mi accontentavo, comunque, e registravo tutto. 

Di lì a poco ho iniziato a scrivere poesie.

Certe cose tremende, all'inizio - oh, anche adesso scrivo cose atroci, ogni tanto, ma vado migliorando. 

Le scrivevo in un alfabeto solo mio, dentro quaderni A5, nella sala di casa di nonna, col pavimento di marmo come la stracciatella, uguale a quello di tutte le altre nonne di allora. 

Ogni quaderno finito ne compravo un altro, e con la pinzatrice legavo la prima pagine di questo con l'ultima di quello vecchio. 

Non era loZingarelli, ma era il mio ammasso di parole, un chilo e più di pensieri e certe cose. 

Poi non so cos'è successo: le scuole superiori, le lingue quasi rumori, scrivevo per non dimenticare il motivo per cui le amavo tanto, pensavo e copiavo le parole continuamente, le disegnavo tridimensionali, grandi e piccole e a colori, in vari font, sui fogli e sul banco e su un grosso poster in palestra. 

Ci scrivevo parole d'amore, ma ero troppo brutta per il mio bello, che voleva la mia amica più cara, che non lo voleva per niente ed è finito tutto lì, in un silenzio assordante e qualche incertezza che mi è venuta a trovare ancora, negli anni, ogni tanto. 

Avevo anche un altro quaderno fatto di quaderni pinzati tra loro, uno grande, A4, cresciuta io cresciuto il quaderno, appuntavo del mio bello perché quel mattino mi aveva fatto perdere un colpo al cuore, certe volte era immaginazione, altre una felpa con la zip rossa, a righe bianche, un cappello con le falde. 

Poi ho lavorato un sacco. 

E aerei e case diverse e treni e corriere e ibridi di tutti e tre con le metropolitane.

Sono passati tanti anni che non li conto nemmeno adesso, altrimenti mi rattristo. 

E siamo ad oggi, dopo un fracasso di 2020, una donna sposata, quasi una madre, e dopo un decennio che è finito per fortuna, prima che finissi io stessa al suo posto, per lavoro scrivo: faccio il lavoro più bello del mondo. 


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